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18 / Feb
2012

Lettera Politica-Padova: Pdl. Il congresso padovano

Lettera Politica

Pdl: il congresso padovano

Abbiamo partecipato al Congresso Provinciale di Padova del PDL, in piena autonomia al suo interno, rappresentando quanti credono, contrariamente all’ appoggio bi-partisan dei partiti al Governo Monti, che la risoluzione della grave crisi economica che colpisce l’ Italia non si risolve tartassando il ceto-medio, volano della società, e non aiutando la piccola e media impresa.

Riteniamo che questa situazione sia la risultante della gestione clientelare della politica da parte dei politici incapaci, ormai, di controllare ciò che li ha generati e mantenuti: la spesa pubblica parassitaria e clientelare che andrebbe debellata ed esplosa con la congiuntura economica internazionale.
Siamo del parere che il mondo del lavoro vada riformato in modo tale  che i dipendenti della Pubblica Amministrazione siano equiparati a quelli del privato, che  flessibilità non significhi precariato, i bravi tutelati  e i fannulloni castigati. La certezza nel futuro alimenta il mercato e la sicurezza nell’ordine pubblico genera tranquillità sociale.
Siamo favorevoli alle liberalizzazioni che veramente costituiscono vantaggio per i cittadini e le imprese, delle quali, finora, non vediamo cenni importanti in merito da parte del governo. Abbiamo la pretesa di essere il “pepe” della politica e dobbiamo dire che in questo congresso non  abbiamo sentito parlare di idee e programmi ma solamente di equilibri di forze, cadreghini, pacchetti di tessere come ai bei tempi della Democrazia Cristiana che almeno salvava la forma. L’ unico programma l’ abbiamo notato nei giornali: quello del progetto del nuovo ospedale a Padova del costo iniziale di 7-800milionidi euro (tutti d’accordo, destra, sinistra e Lega, vista la torta) in tempi di vacche magre al posto di tirar via ticket e abbassare spese sanitarie alle classi meno agiate.
Tutti hanno notato le “ truppe cammellate”, arrivate gratis in corriera, abbondante ristoro compreso, venute a votare ad ondate non si sa cosa se non l’ indicazione del capobastone. Davano l’impressione del pellegrinaggio della servitù della gleba a rendere omaggio al potentato di turno in cerca di agognate prebende.
La delusione di diversi congressisti per la mancanza di dibattito era  palpabile. Più che un congresso sembrava un votatoio, un mulino dove non viene prodotta fior di farina ma solamente crusca. Prima o poi , come sempre, bisognerà fare i conti con l’ elettorato e soprattutto con l’uomo della strada che da sempre ha fatto la differenza nelle tornate elettorali perché più libero di altri. Se gli porti via o non fornisci nuove idee che sono le poche cose che gli rimangono e alimentano la sua speranza in un futuro migliore, inevitabilmente ti molla alla ricerca di altri lidi dove  possano proporre delle risposte che non gli abbiamo più saputo dare.
Abbiamo sempre fatto politica per passione e missione, sentendola come una necessità della vita cercando insieme di fare proposte e progetti per tentate di dare un tozzo di pane meno amaro alla gente: in questo congresso, otre alla mancanza di tensione ideale non ho trovato nulla di tutto ciò.

 Ferdinando Francescon

 

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